Ma perché, mi domando, questo è un concetto tanto difficile da accettare? E non mi riferisco al significato in sé. Tutti possono capire che con questo termine s’ intende l’arte come mezzo per aiutare a esprimere ciò che non si riesce a fare con le parole. Il punto è un altro: perché è tanto difficile riconoscere e incoraggiare il fatto che l’arteterapia possa effettivamente contribuire alla cura del paziente in modo sostanziale, senza interferire o contrastare il lavoro di altre figure professionali ma anzi, integrando pezzi importanti che potrebbero aiutare a completare un quadro clinico?
In Italia questa professione ancora non è considerata come un lavoro socio sanitario, entrando in collisione con tutti quegli “aspetti burocratici” che ne impediscono la sua divilgazione e crescita.
Ho pensato di dedicare “alcune puntate” del mio blog, ripercorrendo le tappe principali attraverso le quali è nata l’arteterapia, i diversi approcci, a chi è rivolta e in che modo può esssere d’aiuto, allo scopo di far conoscere e divulgare questo meraviglioso strumento di cura alternativo.
Iniziamo il nostro viaggio….
BREVI CENNI STORICI
La parola art therapy compare ufficialmente per la prima volta intorno agli anni ’40 in Inghilterra, quando Adrian Hill, artista inglese, convalescente in un sanatorio durante la seconda guerra mondiale, dipingendo per distrarsi dalla noia e dai ricordi della guerra, parlò agli altri ricoverati dei benefici che egli traeva da questa attività. Qualcuno incominciò a imitarlo permettendo d’intuire come l’arte potesse considerarsi una nuova strategia terapeutica per i reduci di guerra.
Far dipingere i pazienti non era però una novità, già tra il 1700 e il 1800, con la nascita dei primi ospedali psichiatrici, gli operatori si erano accorti della necessità di creare che manifestavano alcuni pazienti. Questa intuizione tuttavia trovava sostegno solo a scopo diagnostico, nel tentativo di mettere in evidenza gli elementi patologici delle pitture prodotte e creare degli schemi rigidi e riduttivi entro i quali far rientrare tutte le manifestazioni morbose.
Oltre oceano, il processo creativo come terapia, trova le due maggiori figure pionieristiche in Edith Kramer (1940) e Margaret Noumburg(1966).
Margareth Naumburg, psichiatra e psicoanalista, aiutata nel suo lavoro dalla sorella Florence Cane, maestra d’arte, elabora uno specifico approccio all’arteterapia.
Partendo dal presupposto che i sentimenti inconsci sono più facilmente riconoscibili nelle immaginiche nelle parole, la Naumburg stimola la comunicazione simbolica tra paziente ed arteterapeuta facendo riferimento alle immagini prodotte dal paziente sulle quali vengono inevitabilmente proiettati emozioni e vissuti personali. Le stesse immagini vengono, quindi, analizzate attraverso la cornice teorica del pensiero freudiano.
La Naumburg elabora, così, il metodo dell’arteterapia dinamicamente orientata con cui si utilizza l’arte come strumento per svelare significati inconsci che vengono, poi, descritti e resi comprensibili grazie all’utilizzo della comunicazione verbale normalmente utilizzata nella seduta di psicoterapia.
Diversa è l’impostazione di Edith Kramer che, provenendo dal mondo dell’arte, consacra un valore particolare all’espressione artistica.
La Kramer considera la terapia d’arte distinta dalla psicoterapia e sostiene che “le sue virtù curative dipendono da quei procedimenti psicologici che si attivano nel lavoro creativo” rivolgendo, quindi, tutta la sua attenzione al processo creativo, ritenuto di per sé uno strumento terapeutico. Attraverso la sua esperienza sul campo, la Kramer si è resa consapevole del grande aiuto dell’arte sia nel disagio psichico, sia nella sofferenza esistenziale di chi vive in condizioni estreme.
Il metodo “Arte come terapia”, elaborato da Edith Kramer e proposto presso il Dipartimento di Arteterapia della N.Y. University, comincia ad essere proposto in Italia dalla storica Scuola di Formazione Quadriennale in Arteterapia “Il Porto Adeg” di Torino che ha svolto attività pionieristica in Italia per circa venti anni, a partire dagli anni ’80, in collaborazione con la New York University, grazie all’intervento di Raffaella Bortino, psicoterapeuta e direttrice didattica della Formazione.
E’ a partire da questo momento che in Italia si formano i primi arteterapeuti.
To be continued…